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Revenge porn

Uscito sul Quotidiano del Sud - Edizione di Salerno il 25-11-2020
Pagina culturale

 
I l revenge porn è una vendetta porno, una forma di persecuzione purtroppo attualmente in ascesa, che comporta gravi ferite, talvolta permanenti, a chi la patisce, ma anche alla attuale società femminile, che ne risulta evidentemente sfregiata.
La vendetta può realizzarsi in seguito a una storia conclusasi male, o finita per volontà della vittima contro cui ci si accanisce. Altre volte avviene per superficialità, bullismo, richiesta di danaro, quindi ricatto.
Facile che l’incontro della coppia sia avvenuto sul Web e ci sia poi stato uno scambio di foto o video, gli stessi che successivamente vengono utilizzati per gli scopi illeciti del revenge porn.
Secondo Silvia Semenzin, attivista e ricercatrice, studiosa dei legami tra internet e sessualità, revenge porn più che come ricatto o vendetta deve tradursi come ‘condivisione non consensuale di materiale intimo’, ed è un vero e proprio esercizio di potere sulla libertà della donna. Nemmeno la parola porno è adatta, giacché la pornografia è qualcosa di consensuale.
Gli anglosassoni, invece, preferiscono parlare di ‘image-based abuse’, abusi basati sulle immagini.
La ricercatrice Semenzin ha lanciato nel 2018 la campagna ‘intimità violata’, con una petizione su Change.org sostenuta anche dalla deputata Laura Boldrini. Sino a qualche anno fa, i reati online erano soprattutto relativi a violazione della password, appropriazione di profili, diffamazione.
Oggi invece sono proprio gli episodi di revenge porn da parte di uno o più individui, ad accadere sempre più spesso, e sono attualmente considerati veri e propri reati da una legge in vigore dall’estate 2019, nota come ‘codice rosso’, fortemente voluta per contrastare la violenza sulle donne.
La legge punisce con la reclusione da uno a sei anni coloro che attuano questa violenza, che può risultare veramente devastante sulla vita di una persona, com’è successo nell’episodio di Torino balzato recentemente alle cronache.
Un’altra forma analoga di reato, è poi quella della deepfake porn, dove il volto della vittima viene sovrapposto a quello di attori porno di un video già realizzato. Un’altra ancora è rubare un cellulare per appropriarsi di immagini private, erroneamente ritenute al sicuro, o impadronirsi del suo ICloud (è accaduto a Guendalina Tabassi).
Nessuna tipologia di donna risulta risparmiata dal revenge porn, quindi nemmeno i personaggi del mondo dello spettacolo, che ha visto colpite Ilary Blasi, Belen Rodriguez, la giornalista Diletta Leotta.
Ritornando all’episodio di Torino, lo racconto per chi non ne fosse a conoscenza. È’ successo nel 2017, ma lo si sa solo oggi. Una giovane donna subisce, da parte di un suo ex, l’immissione online di materiale intimo che la riguarda. Lui lo invia ai suoi amici per fare una cosa goliardica, così afferma.
Il materiale fa velocemente i suoi giri sul web, approdando al papà di un bimbo della scuola materna dove la ragazza lavora. Il papà lo mostra a sua moglie, e lei, sentendosi investita di un forte dovere morale (sic!), fa la sua crociata. Lo mostra agli altri genitori e insieme esercitano pressioni sulla direttrice dell’istituto perché faccia dimettere la giovane donna: la gogna mediatica cui è esposta non la rende più adatta a lavorare in una scuola per l’infanzia!
Quanti reati. E nemmeno uno che riguardi la ragazza, che rappresenta solo e semplicemente una vittima, null’altro. Praticare sesso, infatti, non è certo contro la legge, e nemmeno fidarsi del proprio partner. Di chi è allora il reato? Del suo ex che questa ‘cosa goliardica’ non doveva assolutamente farla; dei genitori guardoni che poi hanno divulgato e ricattato; della direttrice che lei certo sì, non è adatta a svolgere un ruolo come il suo, giacché ha inteso punire proprio la vittima.
Grande merito invece a questa ragazza, che ha avuto il coraggio di sporgere denuncia, nonché a tutte le donne (e gli uomini) impegnati nella lotta contro il revenge porn.
Circa duecento tra giornaliste, docenti, ricercatrici, scrittrici, hanno manifestato scrivendole una lettera aperta, per ringraziarla di non essere stata zitta, e avere avuto il coraggio di raccontare la sua storia.
A concludere: nel rispetto della memoria di Tiziana Cantone, napoletana di 33 anni che si tolse la vita dopo che il suo ex aveva postato un video che la ritraeva mentre faceva sesso (la madre ritiene, e non a torto, che il ‘codice rosso’ debba essere intitolato a lei), dobbiamo tutti lottare per la prevenzione del revenge porn, per la giusta applicazione del ‘codice rosso’ e perché si sanzionino le piattaforme digitali che non rimuovono subito le immagini sessuali in questione.
Ai ragazzi, soprattutto ai minori, bisogna far capire a quali conseguenze può portare la pratica del sexting (scambio di messaggi, audio, video, a sfondo sessuale).
Norma D'Alessio